Addio a Ottavio Missoni, il re della maglieria

10/05/2013 - Se ne parla

La storia di Ottavio Missoni e della sua illustre “butega” è una storia d’amore, di libertà, di successi e vittorie. Di medaglie e riconoscimenti, di fili magici, di colori dalle formule segrete, di incontri, di terre lontane, isole sperdute e selvagge, di mari impetuosi e pirati avventurieri.

La stirpe Missoni annovera tra i suoi capostipiti un pirata e un ammiraglio della marina napoleonica. Nel 1600 il pirata Misson, descritto dal poeta Lord Byron come “l’uomo più mite che abbia mai affondato una nave e tagliato una testa” e raccontato da Ermanno Olmi nel film “Cantando dietro i Paraventi“, sbarcò sulle coste meridionali del Madascar. Egli conquistò l’isola, liberò gli schiavi e proclamò la leggendaria repubblica di Libertalia, dove venne applicato il progetto utopico di una democrazia perfetta. «La nostra causa è una causa nobile, coraggiosa, giusta e limpida: è la causa della libertà. Vi consiglio come emblema una bandiera bianca con scritta la parola “libertà”, o se lo preferite, questo motto: “per dio e la libertà”. Questa bandiera sarà l’emblema della nostra infallibile risoluzione. Gli uomini che sapranno prestare un orecchio attento al grido di: “libertà, libertà, libertà” saranno i cittadini d’onore…» Il pirata, in una concezione romantica, è l’uomo libero nel corpo e nella mente dalle imposizioni morali della società e dalle responsabilità, è un uomo senza patria, senza dimora che vive all’insegna dell’avventura.

Più di tre secoli dopo, nel 1920 nacque a Dubrovnik, allora Ragusa di Dalmazia, Ottavio Missoni. Tai, come a lui stesso piaceva farsi chiamare, conservava lo stesso spirito libero del suo antenato pirata. Sua madre, la contessa Teresa da Vidovich, non era mai stata ansiosa nè oppressiva. Non mandò a scuola i figli perchè preferiva lasciarli dormire la mattina e, anche durante la prigionia a El Alamein di Ottavio, era tranquilla. Disse «Ai miei figli non può succedere nulla».  Ottavio Missoni trascorse la giovinezza nella vicina Zara e durante la Seconda Guerra Mondiale venne arruolato e scontò quattro anni in Egitto, prigioniero degli Inglesi.

Missoni era un atleta. Nel 1937, a soli 16 anni, gareggiò all’Arena di Milano in un epico quattrocento piani. Con il tempo di 48,8’’, battè l’americano Robinson e realizzò il record del più giovane vincitore italiano. Missoni scherzava al riguardo: «Sono nel guinness dei primati assieme a quel giapponese che mangiò un pianoforte in 3 ore e mezza». Nel 1948 Tai partecipò alle Olimpiadi di Londra e in quell’occasione, sotto la statua di Cupido, conobbe l’amore della sua vita, Rosita, con la quale intesserà non solo abiti stupendi ma un’intera vita dedicata alla creatività. Rosita è nata e cresciuta a Varese tra scampoli e telai, i suoi genitori avevano una piccola azienda di maglieria. Ottavio e Rosita si sposarono nel 1953  e nello stesso anno aprirono un laboratorio di maglieria a Trieste, un piccolo scantinato con solo 6 dipendenti. Ottavio raccontò in un’intervista “Era escluso che andassi a lavorare con loro” riferendosi ai consuoceri, perchè era un uomo indipendente e intraprendente.

Ma è nel 1967 che i Missoni cominciarono a far parlare di sè. Vennero chiamati a presentare la nuova collezione a Palazzo Pitti, a Firenze, ma la sfilata divenne oggetto di aspre critiche e gli organizzatori dell’evento urlarono allo scandalo. Le modelle doveva indossare maglie di lamè ma nessuna era provvista del giusto reggiseno. Rosita, che lavorava nel backstage, decise così di mandarle in passerella senza l’indumento intimo. Ma le luci dei riflettori, puntate sugli abiti più sottili, rivelarono i seni delle modelle. Pitti li cacciò ma nel frattempo uscirono articoli di apprezzamento: “Mentre a Parigi Yves Saint Lauren lancia il nude look, i Missoni non vengono accettati al Pitti”.

Nel 1969 Ottavio e Rosita trasferirono la loro impresa a Sumirago e da lì a poco sarebbe arrivato il successo. A scoprirli è Louis Hidalgo, ex direttore della sartoria Biki, quella che vestiva Maria Callas, in veste di talent scout per La Rinascente. A fine anni Sessanta il Women’s Wear Daily dedicò a Missoni la prima pagina ed Elle una copertina. Ottavio sperimentava, metteva insieme con grande sapienza rigati con zig zag e scozzesi, mentre Rosita disegnava gli abiti. “Put together”, così il New York Times e il Los Angeles Times definirono il loro stile eclettico nel 1970. Nel 1973 i Missoni si trasferirono a Milano e aprirono il primo negozio. All’epoca solo sette erano gli stilisti nella città lombarda. Era l’inizio del periodo d’oro della moda milanese.

Missoni era un precursore. Fu tra i primi a concepire la sfilata come performace. Al teatro Gerolamo di Milano, «dietro le quinte le ragazze si vestivano e si spogliavano, c’era anche Paco Rabanne che metteva loro gli orecchini» e il gioco di ombre cinesi delle modelle veniva proiettato sul tendone dando vita a uno spettacolo suggestivo. Alla piscina Solari di Milano, i coniugi Missoni presentarono la loro collezione con una sorta di sfilata “acquatica”, grazie alla quale si aggiudicarono il premio Moda Mare.

Ottavio incontrò e conobbe tutti i grandi prima che diventassero famosi, come Dario Fo, «quando non era ancora Dario Fo» che gareggiava con lui alle gare di atletica. Lucia Bosè che faceva la cameriera al Galli di Milano e serviva i marron glace, e una ragazzina dalle lunghe trecce che faceva la “galoppina” alla redazione del settimanale Bertoldo a Milano: Sandra Mondaini. Tanti furono gli amici artisti, scrittori, giornalisti e attori che elogiarono Ottavio e indossarono le sue magnifiche e raffinate creazioni. Marcello Gualtieri, Tonino Guerra, Balthus, Enzo Biagi e Nino Manfredi. Quest’ultimo, in tutte le storiche pubblicità del caffè Lavazza, veste con maglioni Missoni. Durante la sua vita intensa e avventurosa e la sua lodevole carriera, Missoni ha cercato di riprodurre la natura nei suoi tessuti, creando colori e fantasie come se fossero pozioni magiche, mescolando cromie come un alchimista mediavale o un pittore rinascimentale che combina tra loro i pigmenti per trovare la sfumatura perfetta. E forse è riuscito a scoprire la formula segreta per riprodurre la bellezza inimitabile della natura, come un dio che crea dal nulla il mondo a partire da un filo. Missoni era uno stilista ma forse è riduttivo chiamarlo tale. Missoni sfugge ad ogni catalogazione. E’ un’impresa inutile cercare di inserirlo in una categoria. Era uno spirito libero. Era un genio ribelle. Era un pirata che navigava incessantemente tra righe e zig zag alla scoperta di una nuova combinazione, di un nuovo tesoro nascosto.

 

Giulia Mantovani